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La lettera dei giornalisti di Liberazione cestinata dai capi

"Caro direttore, possiamo dire che Stalin ci ha scassato la minchia? E poi fa calare le vendite"

In realta' il titolo era molto piu' pacato: "E’ perché abbiamo a cuore il nostro giornale che diciamo no a Stalin", ma su Mamma non ci piacciono i titoli mosci.
16 aprile 2009

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Lettera aperta e firmata di un gruppo di redattori di "Liberazione"

Ci è stata negata la possibilità di pubblicare sul NOSTRO giornale questa lettera firmata da quasi tutto il corpo redazionale. per questo l'esigenza di pubblicarla qui in rete.

Caro direttore, caro professor Liguori, caro dottor Prestipino,

la lettera con la quale abbiamo voluto richiamare l’attenzione della direzione e dei lettori di Liberazione sulla pubblicazione di una recensione ad un libro su Stalin, intendeva aprire una discussione e segnalare un malessere. Ci pare che la reazione della direzione del nostro giornale a una lettera firmata non da un semplice «gruppo di redattori», ma da tanta parte di questa redazione, non lasci alcuno spazio alla discussione e non faccia che acuire ulteriormente il nostro malessere.

Abbiamo voluto richiamare l’attenzione sul fatto che nell’aprile del 2009 - oggi - non ci sembrava esistessero ragioni né dettate da un rinnovato dibattito storico, né da particolari congiunture politiche o culturali per tornare a discutere del più grande dittatore che la storia del comunismo abbia conosciuto. Tanto più a partire da un volume "tendenzialmente giustificazionista" come è stato definito su queste stesse pagine il libro in questione.

Nelle poche pagine di cui dispone ogni giorno questo giornale, forse si poteva trovare spazio per altri temi e altri interlocutori, rispetto all’autore del libro su Stalin. La nostra lettera segnalava questo disagio e questa inquietudine rispetto alla scelta fatta.

Ma il motivo del nostro malessere è che quella scelta sembrava andare nella direzione che negli ultimi mesi pare aver preso Liberazione che appare più orientata a ridefinire "il proprio campo", che ad esplorare quanto accade intorno e fuori di noi, nella società. Questo il segnale che è venuto su temi delicati come quello del conflitto mediorientale - dove il nostro giornale è tornato a dare voce a posizioni che la stessa Rifondazione comunista aveva da tempo superato e giudicato anche duramente -; quello della derubricazione del fondamentalismo islamico a semplice "invenzione" della propaganda della passata amministrazione Usa.

E ancora, dalla regressione rispetto al garantismo e alle ripetute censure sul dibattito prima libero e aperto avviato sugli anni Settanta, all’incertezza registrata in riunione di redazione a denunciare sulle nostre pagine i crimini cinesi in Tibet, fino alla riproposizione di analisi "ideologiche", e per ciò stesso astratte, sulle politiche della destra di governo e sull’evoluzione della coalizione berlusconiana. Tutti segnali, e molti altri se ne potrebbero aggiungere, di una sorta di progressiva impermeabilizzazione di Liberazione rispetto all’esterno.

Ci sbagliamo? E’ possibile, ma vorremmo che qualcuno ce lo spiegasse. Con la lettera chiedevamo chiarimenti su questo punto, ma nessuno ci ha risposto.

Questo giornale, che tu sei arrivato a dirigere tre mesi fa, ha una sua storia, ha fatto un percorso difficile di elaborazione politica e intellettuale su molti temi cosiddetti "sensibili" a sinistra. Lo ha fatto con onestà e passione, e a costo di confronti durissimi. Un percorso che ci ha fatto crescere professionalmente e ci ha fatto guadagnare stima e interesse. Ecco perché non accettiamo regressioni politiche e culturali su punti che riteniamo di civiltà condivisa.

Il rifiuto dello stalinismo, senza se e senza ma, era uno di questi, e ce ne sono altri. Non si tratta di autoritarismo, non difendiamo con "cieca determinazione" un punto di vista purché sia, non ci rifiutiamo di vedere la porzione di verità nascosta nell’altrui opinione. Difendiamo questo percorso, per coerenza e per ferma convinzione, e non accettiamo di essere messi a tacere con il sospetto che il ribadire opinioni maturate in anni di ricerca e lavoro venga letto come un’obbedienza a logiche che non ci appartengono. Questo è anche il nostro giornale e ci sentiamo in diritto di lanciare un allarme se avvertiamo il pericolo di una deriva. Ed è quanto sta succedendo.

Il punto è dunque proprio questo: quale è l’identità di Liberazione se non quella di essere uno strumento di indagine, di riflessione e di analisi di quanto accade intorno a noi, nella società italiana, nella sinistra, nel mondo? Da ciò la domanda giudicata così provocatoria, così lesiva di storie e percorsi dei nostri interlocutori: perché Stalin? E’ veramente questo il terreno di ricerca che la tua Liberazione intende intraprendere? E’ la continua rilettura, volta ad affermare, un’identità le cui radici sono temporalmente lontanissime, e che, nel caso in questione gradiremmo ritenere sepolte e condannate?

Se è così, allora ammettiamo di sentirci profondamente a disagio di fronte a un simile progetto editoriale. E sia chiaro: non siamo "giornalisti sansonettiani", non siamo "giornalisti vendoliani", non siamo - dottor Prestipino - fautori di un "gioco al massacro dentro il partito e al giornale". Siamo giornalisti con delle convinzioni e tendiamo a difenderle. Vogliamo che Liberazione continui a essere uno spazio aperto, interessato a indagare e a mettersi in discussione piuttosto che a ribadire certezze e dogmi.

Questo abbiamo fatto, e non sempre facilmente o in modo indolore, fino ad oggi, contribuendo nel nostro piccolo al dibattito e al confronto tra le sinistre politiche e quelle sociali, tra partiti, movimenti e idee. Potremo continuare a farlo? Ci sarà "consentito"?

Matteo Alviti, Angela Azzaro, Stefano Bocconetti, Guido Caldiron, Paolo Carotenuto, Gemma Contin, Simonetta Cossu, Carla Cotti, Anubi D’Avossa Lussurgiu, Sabrina Deligia, Laura Eduati, Roberto Farneti, Claudia Mandolini, Francesca Marretta, Antonella Marrone, Angela Mauro, Martino Mazzonis, Andrea Milluzzi, Frida Nacinovich, Angela Nocioni, Paolo Persichetti, Paola Pittei, Sandro Podda, Stefania Podda, Boris Sollazzo, Daniele Zaccaria

 

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