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La finta memoria delle stragi passate e il vero disinteresse per le vittime future

Basta con le chiacchiere, Falcone lo abbiamo ucciso noi

E' tempo che l'Italia si guardi allo specchio: l'indifferenza e il silenzio trasformano i vivi in morti che camminano
23 maggio 2009 - Carlo Gubitosa

Tutti a piangere lacrime di coccodrillo per Falcone e i morti di mafia, tutti a celebrare ricorrenze e memoriali, tutti a costruire altari commemorativi che al confronto la tomba di Tutankhamen e' un piccolo monolocale. Ma siamo sicuri che siano stati uccisi solo dalle bombe?

Si dice spesso che il matrimonio non crea niente di nuovo tra gli sposi, ma sancisce un legame profondo che esisteva gia' prima. Non si potrebbe dire lo stesso delle "cerimonie al tritolo" con cui la mafia "consacra" i suoi nemici?

Prima che il fastidio generato dalle inchieste di Falcone e Borsellino venisse "certificato" dalle mani vigliacche che li hanno uccisi, il legame profondo di questi uomini con il loro destino era gia' stato creato dai chiari intenti del loro impegno, trasformati in una lenta condanna a morte dall'ostilita' dei politici, dall'abbandono dei colleghi, dal silenzio dei giornalisti, dall'indifferenza dell'opinione pubblica.

La mafia siamo noi tutte le volte che stiamo zitti, la Mafia e' questa Italia costruita su frodi legalizzate che ancora non vuole guardarsi in faccia. Come una vecchia soubrette ormai disfatta dai vizi e dall'eta', che getta via tutti gli specchi e si compiace di se stessa tappezzando i muri di casa con vecchie locandine sbiadite e foto di tanti anni fa. 

"Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano": e' la frase che il vicequestore Ninni Cassara' disse a Paolo Borsellino nel 1985 mentre raggiungevano il luogo in cui era stato ucciso il commissario Beppe Montana. Cassara' fu ucciso un mese dopo l'omicidio Montana, freddato a colpi di Kalashnikov davanti alla porta di casa sua sotto gli occhi impotenti della moglie e della figlia.

Il "fidanzamento con la morte" di Borsellino, il secondo di questi due cadaveri che camminano, durera' piu' a lungo, e la mafia celebrera' le nozze soltanto nel luglio 1992. Che cosa e' successo nei retrobottega dello Stato negli anni in cui i corridoi delle procure di Palermo e Marsala erano pieni di morti ambulanti? Come si sarebbero potute evitare le stragi annunciate di Capaci e Via D'Amelio? Che responsabilita' storica, morale e politica avrebbe dovuto assumere ogni operatore di giustizia, ogni funzionario pubblico, ogni cittadino, ogni uomo e donna del nostro martoriato paese per difendere quegli uomini con una invisibile data di scadenza marchiata sul corpo?

La storia e i tribunali ci hanno consegnato delle verita' parziali, con i processi di mafia costretti sempre  a pulirsi i piedi sul tappetino ogni volta che le indagini richiedono di attraversare quella soglia proibita che separa il fango incrostato di sangue della mafia militare dai salotti buoni e luccicanti della mafia politica.

Per sentirsi appagati non basta sapere che Giovanni Brusca ha materialmente azionato il detonatore che ha stroncato la vita di Giovanni Falcone, sua moglie e la sua scorta, e che la giustizia dei tribunali ha pareggiato i conti con 26 anni di carcere. I nomi scolpiti nelle sentenze non sono sufficienti per chiudere il discorso ignorando i riferimenti politici e istituzionali delle azioni militari mafiose. 

Ricordare oggi chi e' morto a Capaci ha senso solo se serve a guardarci attorno per scoprire chi sono, qui e ora, i cadaveri che camminano nelle procure, nell'informazione scomoda, nelle reti antimafia e nei brandelli di resistenza umana e di orgoglio civile sopravvissuti alla devastazione morale e politica del Paese.

E' per questo che mi assumo la responsabilita' di dire che il giornalista Pino Maniaci di Telejato e' stato minacciato a piu' riprese per la sua attivita' di denuncia antimafiosa, e nel gennaio 2008 il figlio del boss Vito Vitale lo ha aggredito per strada a viso aperto.

Mi unisco alla voce di Maria Falcone, che oggi ha ricordato davanti al presidente Napolitano la "ribellione degli imprenditori che hanno deciso di dire no al racket", e che rischiano di diventare altri morti ambulanti se verranno lasciati nel silenzio e nell'indifferenza. Tra questi c'e' Pino Masciari, imprenditore edile calabrese, che ha sfidato la 'ndrangheta e i suoi referenti politici diventando "il principale testimone di giustizia italiano"  (la definizione e' del procuratore generale Pier Luigi Vigna) per poi vedersi sbattere fuori a calci dal programma di protezione.   

Mi unisco allo sforzo dei ragazzi di "Libera" per coltivare i terreni confiscati alle mafie, dove si producono olio e pasta che sanno di legalita' a dispetto delle minacce e dei campi dati alle fiamme.

Anche in assenza di condanne penali, mi assumo la responsabilita' di una chiara condanna morale verso tutte le organizzazioni di potere politico e mediatico che si avvicinano piu' del dovuto alla Mafia e ai suoi esponenti.

Come il "quotidiano unico" di Catania "La Sicilia", che col beneplacito del direttore Mario Ciancio sfida i divieti imposti dal regime di carcere duro e pubblica integralmente le "lettere dal Carcere" di Vincenzo Santapaola, figlio del Boss Nitto e condannato per "continuita' in associazione mafiosa".

Come la sedicente opposizione, che cerca di nascondere dietro il pesante odore di mafia che impregna il maggiore partito di governo la presenza di elementi come il senatore del PD ed ex diessino Vladimiro "Mirello" Crisafulli, intercettato nel 2001 dalle telecamere della polizia mentre "si fa baciare sulle guance" e "discute a lungo di appalti, assunzioni, raccomandazioni e favori vari" con il notabile di Enna Raffaele Bevilacqua, ex consigliere provinciale di Enna per la DC e condannato in primo grado a 11 anni per associazione mafiosa.

Voglio urlare tutto questo e voglio farlo ora, prima che sia troppo tardi e che il grido d'allarme del prima si trasformi nel vuoto senno di poi, prima che i "morti che camminano" smettano anche di camminare. E l'unico modo che ho per onorare la memoria di Giovanni Falcone.

 

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