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Racconti dalla citta de L'Aquila - Cosa ci si aspetta dal G8
7 luglio 2009 - Alberto Puliafito

Titolo de "Il centro", 6 luglio 2009

 

L'Aquila, 6 luglio 2009, 22:51

Una lunga fiaccolata, ieri notte, ha portato aquilani, qualche delegazione e alcuni "osservatori esterni" (chiamiamoli così, i giornalisti, via) dal Castello alla Piazza del Duomo. A dire il vero in Piazza del Duomo si è entrati a gruppi di duecento, per comprensibili ragioni di sicurezza. E lì gli osservatori esterni di RAI e Mediaset si sono litigati, davanti a tutti, parenti delle vittime incluse, il diritto a entrare, non avendo capito che si sarebbe entrati tutti, prima o poi. Uno spiacevole e isolato episodio di contraltare alla bellezza di tutto il resto. Silenzio e commozione e una città fantasma che torna a illuminarsi con le fiaccole di un paio di migliaia di cittadini, una straordinaria dignità, una grande forza, per una manifestazione di commemorazione che nulla aveva a che vedere con l'anti-G8.

Eppure, il G8 ci sarà. E bisognerebbe riflettere, all'alba dell'evento che sta per approdare in tutta la sua ingombranza a L'Aquila, sull'effettiva utilità di questa straordinaria manifestazione, frutto di una logica e di una dialettica politica che puntano l'accento sulla globalità che alcuni fra i più importanti esponenti del G8 stesso poi negano inopinatamente con la loro politica interna.
Bisognerebbe poi riflettere su quanto una riunione dei "grandi" del pianeta in pompa magna sia anacronistica, nell'era della comunicazione globalizzata.
A maggior ragione, bisognerebbe riflettere su quanto possa essere utile un G8 a L'Aquila, una città dove è diventato "normalità" quel che fino a poco tempo fa si sarebbbe considerato inconcepibile e fantascientifico.

Per tastare il polso della situazione è necessario, come al solito, parlare con la gente. E si rimarrà sorpresi nello scoprire che, anche qui come al solito, la cosiddetta opinione pubblica è spezzata in due (non abbiamo i numeri per definire questa divisione statisticamente).

Prima di citare i favorevoli, premetterò, per correttezza, che mi colloco fra i contrari. La signora Daniela, ospite in un albergo, ci dice che secondo lei il G8 è una bella occasione per L'Aquila, perché la renderà visibile a tutto il mondo. Andrea, che vive in uno degli oltre cento campi di tende (il numero è lasciato volutamente imprecisato, visto che alcuni dei campi chiusi sono stati riaperti dopo la recente scossa del 3 luglio), le fa eco. "Del resto, abbiamo subito tanto, che una settimana in più di disagi, cosa può voler dire? E poi ci sono le infrastrutture che ci rimarranno" (l'aeroporto, per dire, sulla cui utilità ci sarà da discutere in futuro). La signora Maria Teresa, che produce dolci artigianalmente e li vende, dice addirittura che portare il G8 a L'Aquila è stata un'idea geniale dal punto di vista imprenditoriale. Però poi lamenta il fatto che la ditta che fornirà i dolciumi al catering è sì abruzzese, ma non ha nulla a che vedere con L'Aquila o con i Paesi del cratere (quelli terremotati, per intenderci). E ancora la signora Daniela, ci dice che ha fiducia nella vanità e nel desiderio di apparire di quella persona (lo chiama così, davvero, il premier): "ha così tanta voglia di far bella figura che farà sicuramente qualcosa per noi, al G8".
Una logica che fa venire i brividi, a pensarci bene. Una logica che nasconde voglia di speranza.

Poi ci sono gli scettici e i contrari: inutile citarli tutti, anche se va detto che, per il principio di frequentazione dei propri simili, sono perlopiù le persone con cui divido il mio tempo a L'Aquila. C'è la signora Fiorina che abita nello stesso albergo della signora Daniela, che ne ha per tutti, dall'alto dei suoi 88 anni e della sua esperienza di miracolata, salvata dai vigili del fuoco che la credevano ormai morta, e che si chiede cosa mai ci verranno a fare, questi signori a L'Aquila (a dire il vero, se lo chiede in maniera molto più colorita). Ma non serve citarli tutti. Il loro pensiero si può riassumere brevemente con quello del sottoscritto: inutile e pericoloso portare ulteriori disagi alla popolazione. Non sarebbe stato forse meglio concentrarsi sulla ricostruzione-riconversione della città, magari accettare da subito gli aiuti internazionali e lasciare il G8 alla sua sede originaria che si preparava da tempo a accoglierlo?

Il risultato di questa scelta è una città ancor più militarizzata - mai visti così tanti esponenti di così tanti corpi di appartenenza diversi concentrati in un sol posto - e tanta speranza.

Allora, per chiudere questo secondo piccolo pezzo di puzzle aquilano, non resta che augurarsi una cosa: che gli scettici e i contrari abbiano torto e che, per una volta, possano aver ragione quelli che sperano. Nell'augurarmelo, mi permetto tuttavia di dubitarne legittimamente. Per valutare, occorrerà aspettare il consuntivo.

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