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Marchionne, Comunione e Liberazione e i sacrifici umani

Nella CL "antimoralista", come nel Marchionne che si fa scudo della globalizzazione per approfondire in senso reazionario il solco tra capitale e lavoro, c’è voglia di superamento di quella complicazione chiamata democrazia
30 agosto 2010 - Gennaro Carotenuto

C’è un passaggio fondamentale nel discorso di Sergio Marchionne a Rimini per il meeting di Comunione e Liberazione. Riferendosi ai tre operai di Melfi, difesi in questi giorni sia dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sia dalla Conferenza Episcopale, l’amministratore delegato della FIAT ha ripetuto una frase che aveva già usato nei giorni scorsi: “la dignità e i diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone”.

Il contesto è quello nel quale i tre operai lucani Giovanni Barozzino, Angelo Lamorte e Marco Pignatelli verranno stritolati: o il loro diritto al lavoro o l’intera industria meridionale, i nostri 20 miliardi d’investimenti in cambio della totale carta bianca in rapporti di produzione senza alcuna dialettica possibile. Che una frase apparentemente così ben detta potesse far spellare le mani in ambienti confindustriali ci sta. Più sorprendente è invece che per una frase del genere si siano spellati le mani a Rimini.

Il concetto espresso da Marchionne, per il quale il diritto di tre operai non può intralciare il progetto generale di un nuovo patto sociale senza alcuna dialettica possibile tra capitale e lavoro contiene infatti il ribaltamento della stessa etica cattolica nella quale CL risulta tuttora riconoscersi.

Contiene infatti il paradossale ribaltamento della risoluzione nella persona del conflitto sia verso l’individuo che verso la società che è parte dell’incontro della Chiesa con la modernità. L’essenza del ruolo scelto per sé dalla Chiesa nel Secolo è che dignità e diritti siano indisponibili e patrimonio di ogni singola persona e che non possano essere sacrificati ad un generico interesse generale. L’esempio più tipico è la difesa della vita fin dal concepimento e la conseguente negazione del diritto della donna ad interrompere la gravidanza.

Se Giovanni Barozzino, Angelo Lamorte e Marco Pignatelli hanno ragione, ha sostenuto autorevolmente anche la CEI in questi giorni con le parole di Monsignor Bregantini per il quale “la FIAT nega la dignità del lavoro”, allora la dignità e i diritti dei tre sono sacri proprio perché solo nel rispetto dogmatico della loro dignità e dei loro diritti in quanto singole persone vi è il solo percorso possibile verso la dignità e i diritti in generale.

Non la pensa così Comunione e Liberazione. L’approvazione a Marchionne contiene allora il superamento della sacralità della persona in favore di un neo-leviatano che non è certo lo Stato ma è l’impresa globalizzata che, ipse dixit Marchionne, può funzionare solo con regole non negoziabili, novelle tavole della legge imposte non dal dio di Abramo ma da quello di Adamo, inteso come Adamo Smith, con la sua mano invisibile.

Se da una parte è evidente che la lobby affaristica della Compagnia delle Opere si riconosca e veda un’opportunità nel Marchionne modernizzatore dell’Italia imbalsamata che neanche l’amato Silvio Berlusconi ha saputo rinnovare e liberare dai cosiddetti “lacci e lacciuoli”, che ne è della difesa integrale dei diritti della persona dal concepimento alla morte?

Si deve difendere l’embrione ma va usata la spada contro i tre operai Giovanni Barozzino, Angelo Lamorte e Marco Pignatelli sacrificabili in un conflitto più grande di loro? Nella CL che si spella le mani per Marchionne non c’è traccia di questa contraddizione. Se Milton Friedman aveva teorizzato che libertà economiche e libertà politiche non potessero non coincidere, la Storia si è incaricata di dimostrare che tale modello era realizzabile solo in un paese senza diritti sindacali come il Cile di Augusto Pinochet.

Nella CL antimoralista raccontata da Gad Lerner, come nel Marchionne che si fa scudo della globalizzazione per approfondire in senso reazionario il solco tra capitale e lavoro, c’è voglia di superamento di quella complicazione chiamata democrazia.

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